?Arbeit macht frei? (il lavoro rende liberi). Chissà, forse è quello che avranno pensato le centinaia di polacchi, portati in Italia con l?inganno e poi ridotti in schiavitù, quando hanno accettato l?allettante proposta.

?Dai una stagione da contadino in Italia e ti fai un sacco di soldi, così la tua famiglia potrà stare tranquilla per qualche mese?.

Il lavoro rende liberi: questo leggevano I detenuti polacchi e di altre nazionalità che varcavano l?ingresso del maggiore (e più conosciuto) campo di sterminio Nazista. Questi luoghi che hanno raccolto e vissuto la ferocia della follia di uomini contro uomini indifesi, raccontano la tragedia del lavoro imposto come sfruttamento, come ultimo definitivo passaggio verso la conclusione.
Eppure il lavoro, nel più alto e nobile concetto di civiltà, è la libertà dell?individuo, coincide con la sua creatività, con la sua capacità inventiva, lo rende animale culturale, infine lo relaziona agli altri.

Reclutati con l?inganno, condizioni di vita raccapricianti, sorvegliati con le armi e tentavano la fuga sottoposti a punizioni corporali.

Tutto questo, non nella Polonia del 1944, ma nell?Italia del 2006.

Ma che Bel Paese, come mi sento fiera, ma? sicuramente nessuno sapeva? chi poteva immaginare?

Già sentito dagli abitanti del ridente paesello vicino ad Auschwitz, faceva schifo allora, figuriamoci ora dove certe cose si sanno e si riconoscono.
Questo non è farsi gli affari propri, è connivenza e complicità. Chi vede e non parla è colpevole quanto chi commette il reato.
Centinaia di schiavi e nessuno si era accorto di nulla. Che nausea?